La finestra sul cortile di Alfred Hithcock

Gran parte di ciò che conosciamo oggi dei film di Alfred Hitchcock è dovuto ai critici dei Cahiers du Cinema, la storica rivista cinematografica fondata da Andrè Bazin.
Tra i vari Godard, Rohmer e Chabrol, colui che più di tutti apprezzò ed approfondì la filmografia del maestro del brivido fu, senz’altro, Francois Truffaut.
Nel celeberrimo libro Il cinema secondo Hitchcock, Truffaut intervista a lungo il regista inglese ed indaga sulla sua vita privata, pressoché sconosciuta, e sulle sue scelte di regia, dallo stile alla poetica. Ciò che ne risulta è una visione d’insieme unica nel suo genere, un testamento artistico di valore enorme. Proprio grazie a Truffaut siamo oggi in grado di analizzare i film di Hitchcock da un punto di vista diverso e più profondo.
La finestra sul cortile è certamente una delle più celebri e riuscite opere del regista inglese, tratto dal racconto omonimo (Rear window nella versione originale) di Cornell Woolrich, fu girato nel 1954 e ha come protagonisti una coppia di star assolute: James Stewart e Grace Kelly.
I due innamorati rappresentano la trasposizione sullo schermo della coppia Robert Capa (storico fotografo e collaboratore di Hitchcock in Notorious) e Ingrid Bergman (attrice che lavorò per Hitchcock in Spellbound, Notorious e Il peccato di lady Considine), tanto che Jeff è proprio un fotografo e Lisa una star molto conosciuta e apprezzata. Il loro rapporto è quasi monodirezionale: da una parte l’amore indiscusso di lei, dall’altra le ritrosie di lui, nonostante le pressioni di Stella. Durante il film, però, parallelamente allo svolgersi del mistero del (presunto) omicidio, la relazione si sviluppa grazie alla partecipazione di Grace Kelly ai dubbi e alle curiosità dell’amato e, questa crescita di complicità e passione è testimoniata dalla crescente vena del compositore/pianista, così apprezzato da lei, quasi indifferente a lui, tanto che, da un semplice abbozzo a inizio film, giunge a comporre un’intera canzone d’amore nel finale, a coronamento del rapporto consolidato tra Jeff e Lisa.

Quando si parla di Hitchcock è imprescindibile parlare di suspense, anche perchè La finestra sul cortile è, forse, uno dei film in cui il regista ne fa il miglior uso possibile.
Ciò che apprendiamo dall’intervista di Truffaut è la definizione stessa di suspense, in netta antitesi con il concetto di sorpresa. Hitchcock ci spiega questa sorta di dicotomia con un esempio tanto semplice quanto efficace.
Immaginiamo una scena: due uomini seduti a un tavolo, parlano amichevolmente del più e del meno quando, d’un tratto, esplode una bomba. Sorpresa. Grandissima sorpresa. Lo spettatore per qualche secondo è frastornato, spiazzato, sorpreso, appunto.
Ora, immaginiamo la stessa identica scena: i due uomini al tavolo, discutono con calma, poi la camera ci mostra una bomba sotto il tavolo, l’inesorabile countdown, di nuovo gli uomini, ancora la bomba, i secondi scorrono e, infine, l’esplosione. Tensione pura, questa è suspense: la differenza sostanziale tra ciò che sappiamo noi, spettatori, e ciò che sanno i personaggi in scena. In questo modo il pubblico è posto in una posizione d’irrimediabile impotenza, di preoccupazione per le sorti dei personaggi e, inevitabilmente, di tensione.
Hitchcock è tanto abile ad usare questo espediente che, si racconta, alla prima del film, durante la scena in cui Lisa s’intrufola nell’appartamento di Thorwald e questi ritorna e la sorprende, una donna si sia agitata al punto da rivolgersi al marito urlando, affranta: “Fa’ qualcosa, ti prego!”. Il potere del cinema.

Dei dogmi artistici di Hitchcock, quello che pare emergere maggiormente ne La finestra sul cortile è quello del cinema muto come “palestra”. In particolare nella prima scena ma, in senso generale, all’interno di tutto il film, i dialoghi sono ridotti all’osso e il regista si preoccupa di rendere tutto visivamente, di sfruttare a pieno le potenzialità del mezzo cinematografico senza abusare di descrizioni verbose o digressioni inutili.
Dal punto di vista tecnico, il film è definito da Sandro Bernardi un’apoteosi della soggettiva, grazie al grande uso di questa tipologia d’inquadratura (tramite vari espedienti ottici come il cannocchiale o lo zoom della macchina fotografica) e questo ci collega al punto cardine, sia a livello estetico che tematico, dell’opera: La finestra sul cortile è una gigantesca metafora del cinema, ma perchè?
Partiamo dal titolo: la finestra. All’interno del film possiamo intendere la finestra come uno schermo attraverso cui Jeff, costretto a casa da un infortunio sul lavoro, spia le vite dei vicini di casa, proponendosi, dunque, come vero e proprio spettatore. Il tema della suspense è figurato benissimo proprio nella scena poc’anzi citata: Jeff vede Thorwald tornare ma non può intervenire, è impotente, è a tutti gli effetti uno spettatore di ciò che accade.
Se tutto ciò non bastasse, arriviamo al momento in cui Thorwald (interpretato, per altro, da Raymond Burr, il celebre Perry Mason) scopre Jeff che lo spia. Hitchcock ci mostra il nostro “cattivo” che guarda in macchina, ovvero: guarda Jeff ma allo stesso tempo guarda noi, poichè Jeff è come noi, uno spettatore. La punizione finale appare come un avvertimento: occhio a quello che guardate ma, soprattutto, attenzione a voler vedere troppo.
Prima di concludere un’ultima curiosità: come sua abitudine, Hitchcock si riserva un’apparizione anche in questo film, nei panni dell’uomo che sistema l’orologio da parete nell’appartamento del pianista.

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