Amici miei di Mario Monicelli

Amici miei è un film del 1974 ma per comprenderlo a pieno dobbiamo tornare indietro fino agli anni 30, a Castiglioncello, una località di villeggiatura del livornese, tra le preferite di intellettuali come Pirandello e De Chirico. Siamo sulla spiaggia di Castiglioncello, in piena seconda guerra mondiale. I bagnanti, allarmati, scappano, si nascondono, qualcuno chiama i carabinieri: via mare sta arrivando un gommone sparato a pieno velocità che trasporta cinque uomini con le armi spianate e l’atteggiamento minaccioso. I carabinieri giunti sul posto, però, sono costretti a tranquillizzare i villeggianti: “Sono solo cinque ragazzi del posto che vogliono divertirsi”, diranno loro. Si tratta, infatti, di Giorgio Menicanti, rampollo di una nobile famiglia del luogo, e dei suoi inseparabili amici, Mazzingo Donati (medico, anzi, immunologo ad essere precisi), Ernesto Nelli (architetto, tra i progettisti del ponte Vespucci di Firenze), Silvano Nelli (giornalista e autore radiofonico) e Cesarino Ricci (collaboratore dell’amico Silvano e rappresentante a tempo perso). Oltre a loro cinque, fanno parte del gruppo anche altri due ragazzi: Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi. Partecipano più di rado alle burle organizzate dagli amici ma sono fondamentali per la nostra storia: sono, infatti, dei futuri sceneggiatori. Agli albori della loro carriera, Scarnicci e Tarabusi incontrano Angelo Rizzoli, fondatore e presidente della Cineriz e produttore di alcuni tra i migliori film italiani degli anni 60 (pensiamo alla Dolce Vita o 8 e ½ di Fellini). I due cominciano a frequentarlo assiduamente ed entrano in contatto con i suoi collaboratori più stretti, fino a creare una squadra di lavoro dalle potenzialità infinite. Si incrociano, infatti, le penne di sceneggiatori come De Bernardi, Benvenuti e Tullio Pinelli, con il talento registico dei vari Monicelli, Germi e Pacini (quest’ultimo sarà tra le figure ispiratrici del conte Mascetti). Il gruppo si ritrova spesso al capezzale di Tarabusi, gravemente malato, e insieme scrivono soggetti e sceneggiature di film come Vogliamo i colonnelli o Le castagne sono buone. Un giorno, Pietro Germi espone una sua idea: girare un film interamente dedicato all’amicizia maschile. Per Scarnicci e Tarabusi è l’occasione perfetta per raccontare le indicibili e fantastiche burle ideate dagli amici di Castiglioncello. Il lavoro procede, infatti, a gonfie vele, fino al presentarsi di una divergenza all’apparenza inconciliabile: Germi vuole ambientare il film a Bologna, Scarnicci e Tarabusi lo reputano un manifesto dello spirito toscano e, dunque, da ambientarsi a Firenze. Siamo nel 1968 e il lavoro è interrotto. Sarà ancora Germi, nel 73, a prendere in mano il progetto, convocare De Bernardi e Benvenuti e chiedere che venga completata la sceneggiatura. Si ritrova, dunque, la squadra al completo, vengono chiamati a collaborare Menicanti, Donati, Ricci e i due Nelli che raccontano direttamente le burle migliori e gli scherzi più riusciti, fino a che la sceneggiatura viene completata e si decide di ambientare definitivamente il film a Bologna. Germi ha già pensato anche al cast: il conte Mascetti, ispirato da Giorgio Menicanti e, come detto, da Raffaello Pacini, sarà interpretato da Marcello Mastroianni; il Perozzi, giornalista de La Nazione tratto dalla figura di Silvano Nelli, sarà Ugo Tognazzi; il dottor Sassaroli, evidentemente ispirato da Mazzingo Donati, avrà il volto di Raimondo Vianello; il Necchi, proprietario del bar che fa da base agli amici e costruito sulla falsa riga di Cesarino Ricci, godrà dell’interpretazione di Duilio Del Prete e, infine, Gastone Moschin avrà il ruolo dell’architetto Melandri, alter ego di Ernesto Nelli. Prima dell’inizio delle riprese, però, sorgono due grosse complicazioni. La prima è che Pietro Germi si ammala gravemente e non può dirigere il film. Convoca, allora, l’amico Mario Monicelli e gli chiede di sostituirlo. Il regista romano accetta senza riserve, un po’ perché attratto dal progetto, un po’ perché ha visto nascere il film sin dalle prime fasi e conosce perfettamente il lavoro che dovrà affrontare. È anche per questo che – prese in mano le redini da Germi – sposta immediatamente il set da Bologna a Firenze, convinto (come Scarnicci e Tarabusi) che le burle contenute siano simboli dello spirito toscano. Monicelli, senza fare drammi, risolve anche la seconda complicazione. Mastroianni e Vianello, infatti, rifiutano la parte. Il primo perché si sente inadatto, dopo l’esperienza de La grande abbuffata, ai film corali e il secondo perché reputa Amici miei una pellicola di basso livello per cui non vale la pena sporcarsi le mani. Vengono chiamati, quindi, Adolfo Celi (nel ruolo del Sassaroli) e Philippe Noiret (che interpreterà il Perozzi, mentre Tognazzi sostituirà Mastroianni nel ruolo del Mascetti). È, finalmente, tutto pronto. Si fissa il giorno dell’inizio delle riprese: 4 dicembre 1974. Il giorno seguente, però, morirà di cirrosi epatica Pietro Germi. Amici miei è dedicato alla sua memoria, con la significativa epigrafe nei titoli di testa che riporta “un film di Pietro Germi” e soltanto “regia di Mario Monicelli”. Amici miei è il racconto di una fuga dalla normalità e banalità della vita e l’ironia (e con lei gli scherzi e le burle) diventa l’arma di difesa dalla disperazione e dalla realtà. Si tratta, evidentemente, di un film corale ma è indubbio che un personaggio spicchi tra tutti. Si parla, ovviamente, del Perozzi, voce narrante e primo ad entrare in scena con le indimenticabili frecciate al figlio (“quando penso alla carne della mia carne divento vegetariano” e “solo il figlio del Perozzi può mettere l’impermeabile alla macchina”) ma anche la sottile vena malinconica che descrive una casa piena solo all’apparenza, in realtà vuota d’affetti e in cui lui non vuole tornare. Gli amici sono l’unica soluzione e, quindi, cominciamo ad incontrarli. Vediamo il Melandri innamorato, rapito dalla bellezza eterea di Olga Karlatos, moglie del primario Sassaroli e vittima del corteggiamento eteroclito degli scanzonati amici dell’architetto. La fuga d’amore è dipinta come abitudine del Melandri, propenso agli innamoramenti lampo e passionali ma, questa volta, la conclusione potrebbe sfiorare la tragedia. Il condizionale è destinato a restare tale grazie all’entrata in scena del più sorprendente tra gli amici (nonché ultimo arrivato): il dottor Sassaroli. Cinico, spietato, imprevedibile e schizofrenico, quando Melandri si reca a casa sua per confessare la fuga e contendere l’amata al legittimo marito, rompe gli schemi della commedia per la sorpresa dell’architetto e del pubblico e concede Donatella al povero Melandri a patto che, insieme a lei, accolga tra le mura di casa anche l’immenso e famelico cane, i figli e la domestica. Arriviamo al Necchi, il più stabile tra gli amici in ogni ambito della vita. Ha un bar che gestisce con la moglie e che fa da base al gruppo, un altro imprecisato lavoro (il Sassaroli lo presenta, non si sa quanto scherzosamente, come capitano) e viene definito dal Perozzi come il genio del gruppo. Ma cos’è il genio all’interno di Amici miei? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. È esattamente il Necchi che vediamo in azione nella festa in cui s’imbucano i cinque amici. Ultimo, ma non ultimo, c’è il conte Mascetti, il personaggio più umanamente drammatico tra tutti, un nobile decaduto, fallito, che ha sperperato una fortuna e si ritrova a vivere in una baracca e vendere enciclopedie o gambe ingessate. Il Mascetti è una sorta di tragica caricatura di chi, incapace di ribaltare la propria vita e di adattarla alle condizioni reali, si aggrappa ad anacronistici valori che nemmeno lui stesso è in grado di onorare. È così che porta avanti una vita in cui la famiglia è una presenza scomoda (moglie e figlia sono chiamate a più riprese le villeggianti), il lavoro un’utopia e, di conseguenza, anche il raggiungimento di una qualche stabilità. Emblematico è il passaggio in cui, preoccupato per il tentato suicidio della moglie, si risolve a scaricare l’amante (la bella e giovane Titti) sfoggiando tutta la sua capacità retorica e persuasiva in un infinito e sentito monologo, salvo poi accettare senza riserve l’appuntamento che la giovane fissa per il giorno dopo. Il film è uno scorrere continuo di scherzi, supercazzole e zingarate indimenticabili, fino al ritorno a casa del Perozzi che si interroga sulla propria vita, sulla sua scelleratezza, dubitando persino che possa avere ragione il figlio. Si ha quasi l’impressione che si tratti dell’estremo pentimento del giornalista, sino a quando fa uscire dalla sua stanza gli amici e, rimasto solo con il prete per l’estrema unzione, si esibisce nell’ultima, storica e stentata supercazzola della sua vita, la firma in calce alla sua esistenza. Una firma raddoppiata e sottolineata durante il funerale, quando il povero Righi subisce l’ennesima presa in giro e i quattro compagni non resistono, scoppiano a ridere tra le lacrime ma senza tristezza, in onore dell’amico che si era preso gioco di tutto, anche della morte. L’epigrafe finale, funerale a parte, può essere considerata la battuta del Perozzi in risposta all’invettiva della moglie del Perozzi, la sintesi estrema di Amici miei: “Ma è poi obbligatorio essere qualcuno?”

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30. Toro Y Moi – Still Sound (Teen Daze remix)

Toro y moi è Chazwick Bundick, amico e figliol prodigo di Ernest Greene (meglio conosciuto come Washed Out), il nuovo fenomeno della chillwave americana.
I suoi primi demo risalgono al 2007 ma l’album d’esordio è datato 2010: Causers of this è una raccolta di vecchie tracce, pubblicate in varie ep e remixate in tutte le salse.
Nemmeno un anno di tregua e arriva Underneath the Pine, vincitore del premio Best new music della Pitchfork Media di Ryan Schreiber e consacrazione ufficiale del giovane statunitense grazie a tracce come New Beat e How I know. Il singolo di lancio è Still sound, perfetta commistione di synthpop e chillwave ma non del tutto completo. È questo che avrà pensato Teen Daze, anonimo artista salito all’onore delle cronache con il delicato e fluttuante Four more years, che confeziona un remix da pelle d’oca.

When a man is tired of London, he’s tired of life…

…for there is in London all that life can afford.

Samuel Johnson

"When you're tired of London, you're tired of life"

shoot in August 2011 with Canon EOS450d

La finestra sul cortile di Alfred Hithcock

Gran parte di ciò che conosciamo oggi dei film di Alfred Hitchcock è dovuto ai critici dei Cahiers du Cinema, la storica rivista cinematografica fondata da Andrè Bazin.
Tra i vari Godard, Rohmer e Chabrol, colui che più di tutti apprezzò ed approfondì la filmografia del maestro del brivido fu, senz’altro, Francois Truffaut.
Nel celeberrimo libro Il cinema secondo Hitchcock, Truffaut intervista a lungo il regista inglese ed indaga sulla sua vita privata, pressoché sconosciuta, e sulle sue scelte di regia, dallo stile alla poetica. Ciò che ne risulta è una visione d’insieme unica nel suo genere, un testamento artistico di valore enorme. Proprio grazie a Truffaut siamo oggi in grado di analizzare i film di Hitchcock da un punto di vista diverso e più profondo.
La finestra sul cortile è certamente una delle più celebri e riuscite opere del regista inglese, tratto dal racconto omonimo (Rear window nella versione originale) di Cornell Woolrich, fu girato nel 1954 e ha come protagonisti una coppia di star assolute: James Stewart e Grace Kelly.
I due innamorati rappresentano la trasposizione sullo schermo della coppia Robert Capa (storico fotografo e collaboratore di Hitchcock in Notorious) e Ingrid Bergman (attrice che lavorò per Hitchcock in Spellbound, Notorious e Il peccato di lady Considine), tanto che Jeff è proprio un fotografo e Lisa una star molto conosciuta e apprezzata. Il loro rapporto è quasi monodirezionale: da una parte l’amore indiscusso di lei, dall’altra le ritrosie di lui, nonostante le pressioni di Stella. Durante il film, però, parallelamente allo svolgersi del mistero del (presunto) omicidio, la relazione si sviluppa grazie alla partecipazione di Grace Kelly ai dubbi e alle curiosità dell’amato e, questa crescita di complicità e passione è testimoniata dalla crescente vena del compositore/pianista, così apprezzato da lei, quasi indifferente a lui, tanto che, da un semplice abbozzo a inizio film, giunge a comporre un’intera canzone d’amore nel finale, a coronamento del rapporto consolidato tra Jeff e Lisa.

Quando si parla di Hitchcock è imprescindibile parlare di suspense, anche perchè La finestra sul cortile è, forse, uno dei film in cui il regista ne fa il miglior uso possibile.
Ciò che apprendiamo dall’intervista di Truffaut è la definizione stessa di suspense, in netta antitesi con il concetto di sorpresa. Hitchcock ci spiega questa sorta di dicotomia con un esempio tanto semplice quanto efficace.
Immaginiamo una scena: due uomini seduti a un tavolo, parlano amichevolmente del più e del meno quando, d’un tratto, esplode una bomba. Sorpresa. Grandissima sorpresa. Lo spettatore per qualche secondo è frastornato, spiazzato, sorpreso, appunto.
Ora, immaginiamo la stessa identica scena: i due uomini al tavolo, discutono con calma, poi la camera ci mostra una bomba sotto il tavolo, l’inesorabile countdown, di nuovo gli uomini, ancora la bomba, i secondi scorrono e, infine, l’esplosione. Tensione pura, questa è suspense: la differenza sostanziale tra ciò che sappiamo noi, spettatori, e ciò che sanno i personaggi in scena. In questo modo il pubblico è posto in una posizione d’irrimediabile impotenza, di preoccupazione per le sorti dei personaggi e, inevitabilmente, di tensione.
Hitchcock è tanto abile ad usare questo espediente che, si racconta, alla prima del film, durante la scena in cui Lisa s’intrufola nell’appartamento di Thorwald e questi ritorna e la sorprende, una donna si sia agitata al punto da rivolgersi al marito urlando, affranta: “Fa’ qualcosa, ti prego!”. Il potere del cinema.

Dei dogmi artistici di Hitchcock, quello che pare emergere maggiormente ne La finestra sul cortile è quello del cinema muto come “palestra”. In particolare nella prima scena ma, in senso generale, all’interno di tutto il film, i dialoghi sono ridotti all’osso e il regista si preoccupa di rendere tutto visivamente, di sfruttare a pieno le potenzialità del mezzo cinematografico senza abusare di descrizioni verbose o digressioni inutili.
Dal punto di vista tecnico, il film è definito da Sandro Bernardi un’apoteosi della soggettiva, grazie al grande uso di questa tipologia d’inquadratura (tramite vari espedienti ottici come il cannocchiale o lo zoom della macchina fotografica) e questo ci collega al punto cardine, sia a livello estetico che tematico, dell’opera: La finestra sul cortile è una gigantesca metafora del cinema, ma perchè?
Partiamo dal titolo: la finestra. All’interno del film possiamo intendere la finestra come uno schermo attraverso cui Jeff, costretto a casa da un infortunio sul lavoro, spia le vite dei vicini di casa, proponendosi, dunque, come vero e proprio spettatore. Il tema della suspense è figurato benissimo proprio nella scena poc’anzi citata: Jeff vede Thorwald tornare ma non può intervenire, è impotente, è a tutti gli effetti uno spettatore di ciò che accade.
Se tutto ciò non bastasse, arriviamo al momento in cui Thorwald (interpretato, per altro, da Raymond Burr, il celebre Perry Mason) scopre Jeff che lo spia. Hitchcock ci mostra il nostro “cattivo” che guarda in macchina, ovvero: guarda Jeff ma allo stesso tempo guarda noi, poichè Jeff è come noi, uno spettatore. La punizione finale appare come un avvertimento: occhio a quello che guardate ma, soprattutto, attenzione a voler vedere troppo.
Prima di concludere un’ultima curiosità: come sua abitudine, Hitchcock si riserva un’apparizione anche in questo film, nei panni dell’uomo che sistema l’orologio da parete nell’appartamento del pianista.